IL DESTINO DELLE DONNE NEI CAMPI

Trattando i dati sulla Shoah, emergono molteplici informazioni sul destino degli uomini nei campi; per quanto riguarda le donne le testimonianze sono minori ma racchiudono percorsi diversi e sfaccettati: le madri separate dai figli; le figlie deportate insieme alle madri con cui condividono le sofferenze del lager e l'impossibilità di aiutarsi; le articolazioni della solidarietà e la durezza dei rapporti anche fra prigioniere; le donne che divengono madri in lager e vedono assassinare o morire di stenti i figli; le vittime degli esperimenti chirurgici; i mille modi per sopravvivere e resistere affermando con ogni strumento culturale la propria dignità di esseri umani, anche in forme apparentemente minime.

Essere prigioniere vuole dire dover esporre in pubblico, a sguardi aguzzini, corpi abituati dal costume di cinquanta anni fa ad un pudore rigoroso; vedere quelli di altre, magari anziane e restarne turbate, subire la violenza per poter sopravvivere, non potersi più riconoscere nella propria immagine fisica. Vuol dire vivere con bambini destinati a sparire, con compagne che arrivano incinte in lager e si affannano per nutrire un figlio che verrà ucciso appena nato; scoprire nelle donne ed anche in se stesse una distruttività che non si sarebbe mai immaginata.

ARRIVARE AL CAMPO

Le donne giungevano al lager dopo un lunghissimo viaggio ammassate su carri bestiame denutrite, assetate e in pessime condizioni igieniche. Scese dai treni venivano separate dai familiari, costrette ad abbandonare i loro figli senza sapere che non li avrebbero mai più rivisti.

Venivano divise in file, spogliate e sottoposte ad una prima selezione: le più anziane e deboli erano subito caricate su un carro diretto alle camere a gas, le altre venivano condotte alla baracca della disinfestazione.

Sul percorso si potevano notare montagnole di stampelle, di occhiali, di giocattoli ben divisi secondo il senso dell'ordine teutonico.

Giunte alla baracca dovevano spogliarsi e abbandonare tutti gli oggetti che indossavano, ad esempio orologi o gioielli.

Mentre attendevano l'ora della "doccia" sostavano tutte nude, in fila, tremanti  e diventavano bersagli di sguardi sprezzanti, risate sfrenate, gare di sputi tra i soldati e, non di rado, oggetto di scherni con dei bastoni che frugavano i loro corpi. A tutto ciò si aggiungeva il rischio di essere messe da parte per una macchia sulla pelle, per un foruncolo o per l'età più visibile senza gli abiti.

LE DONNE NEL CAMPO

Oltre alla lotta per non morire, le donne più belle e le più giovani, rischiavano di essere selezionate per i bordelli dove erano costrette ad "usare" il loro corpo per invogliare al lavoro gli altri prigionieri.

Essere donne in un campo di concentramento era molto più che umiliante, oltre ad essere inferiori perchè ebree erano considerate oggetti perchè femmine. A loro venivano consegnati vestiti maschili con tutti gli inconvenienti che portavano: mutande senza elastici che cadevano e calze che si ripiegavano sulle gambe. Per la donna non c'era tregua, nei primi mesi di permanenza nei lager il flusso mestruale si riproponeva e non esisteva materiale per difendersi; chi era fortunata trovava in terra uno straccio da utilizzare ma chi non lo era doveva  lavare le mutande e  indossarle bagnate.

Successivamente però, a causa della scarsa alimentazione, della qualità del cibo e dell'estenuante lavoro il flusso si bloccava per la maggior parte delle prigioniere (evento positivo da un lato ma ulteriore prova di come la femminilità scompariva).L'apparato genitale femminile inoltre attraeva l'interesse dei criminali nazisti che si spacciavano per scienziati. A molte prigioniere si prelevavano campioni di tessuto dell'utero per essere in grado di giungere a diagnosi tempestive di eventuali tumori, con raggi X si sterilizzavano le ovaie, si asportava l'utero o vi si iniettava un liquido irritante: pratiche queste che dovevano servire a sterilizzare le razze inferiori. I medici disponevano di un numero inesorabile di "cavie" ebree, costrette a sottoporsi a dolorosi interventi chirurgici, prive di anestesia o con anestesia insufficiente.

Ed ecco l'alimentazione: al mattino c'erano solo due bidoni di caffè per 800 persone cosicchè pochissimi riuscivano a prenderne mentre, a mezzogiorno, v'era una specie d'appello per poter distribuire la zuppa. Il rancio arrivava alle ore più disparate, dalle nove del mattino alle cinque del pomeriggio, quindi non si sapeva mai a che ora sarebbe avvenuta la distribuzione. Ogni cinque persone veniva data una gamella con un litro di minestra, nessuno aveva un cucchiaio e così dovevano bere nella stessa ciotola, a sorsi. La zuppa era talmente disgustosa che i primi giorni molte donne non mangiavano.

Una clamorosa testimonianza è stata riportata dalle sopravvissute che lavoravano in cucina ad Auschwitz: hanno affermato che una dottoressa SS metteva nelle caldaie un prodotto chimico, che dava alla zuppa un sapore acidulo e provocava nella bocca e poi nello stomaco e nei visceri un vivo senso di bruciore, prurito esterno al ventre, gonfiore e macchiette rosse, che avevano l'apparenza di piccole abrasioni rettilinee. Alcune preferivano non mangiare la zuppa e  alimentarsi di patate crude che riuscivano a sottrarre ai carri che le portavano in cucina.

Quasi tutte avevano la bocca piena di sfoghi e la lingua crepata e solcata da tagli profondi, che impedivano perfino di mangiare. Tutte le donne sopravvissute sono concordi nel dichiarare che ciò era provocato dai prodotti chimici che venivano messi nella zuppa perchè mai in altri campi di concentramento il fenomeno si ripetè, per quanto malnutrite fossero.

In tutti i lager la malattia più comune era diarrea e dissenteria, in forme gravissime e spesso mortali. Nonostante questo le donne riuscivano  a tenersi più o meno pulite perchè acquistavano il sapone in cambio di pane dagli uomini, i quali perciò erano molto più sporchi e pieni di pidocchi.

Le internate dovevano affrontare giornate di duro lavoro senza mai fermarsi, nemmeno se malate o senza forze.

Tra le lavoratrici si diffuse così una società pregna di solidarietà,  pian piano si affermò una voglia mai sopita di ribellarsi e si ricorse al sabotaggio.

Le manifestazioni di maggiore solidarietà nel campo si avevano nei confronti delle donne incinte: si raccoglievano stracci e panni per poter cambiare i neonati, si rubava un po' di carbone dal lavoro perchè il calore nelle stanze era totalmente insufficiente, si procuravano bottigliette da utilizzare come biberon e molte madri che avevano ancora latte dopo la morte dei loro bimbi allattavano altri neonati.

BORDELLO DEL CAMPO DI CONCENTRAMENTO

Per i nazisti i Lager avevano un alto valore economico anche se la produttività era molto bassa a causa del cibo insufficiente, delle violenze quotidiane e delle cattive condizioni igieniche. Per questo Himmler durante una sua visita al campo di concentramento di Mauthausen e nelle cave circostanti pensò di creare degli stimoli affinchè i detenuti lavorassero di più e istituì i bordelli.

La maggior parte delle donne selezionate e destinate "all'edificio speciale" venivano dai lager di Ravensbruck e Auschwitz. Per il 70% erano tedesche e le restanti provenivano dai paesi occupati: ucraine, polacche o bielorusse, escluse le italiane e le ebree ritenute contaminanti per il loro sangue non ariano. Le prescelte erano tutte sotto i 25 anni di età e predisposte a prostituirsi dopo un periodo di violenze e stupri, con la promessa, che non venne però mai mantenuta, della concessione della libertà dopo sei mesi di "lavoro".

L'istituzione dei bordelli venne propagandata anche con la giustificazione morale che in questo modo si evitava il più possibile la "degenerata" omosessualità diffusa nei campi tra i prigionieri e non solo tra loro.

I postriboli dei lager potevano essere normalmente utilizzati dal personale di guardia al campo, dagli internati criminali comuni (contraddistinti dal triangolo verde) ed in generale dagli uomini di razza "ariana" ma non dagli ebrei e dai prigionieri di guerra russi.

IL REGOLAMENTO DEI POSTRIBOLI

Nel maggio 1943 entrò in vigore un "Regolamento per la concessione di agevolazioni per i prigionieri" che prevedeva per le prostitute ritmi di lavoro molto più blandi rispetto alle altre internate. Dalle 20 alle 22, con un orario prolungato per la domenica pomeriggio, le donne si dedicavano ai turni nei bordelli. Le giovani in cambio della loro opera ricevevano razioni di cibo più sostanziose, il che significava maggiori possibilità di sopravvivere.

Per diventare "clienti" era prevista una rigida procedura burocratica: dopo aver fatto regolare domanda e dopo esser stati visitati da un medico, si attendeva il proprio turno e si poteva usufruire della prestazione sessuale per non più di un quarto d'ora, senza precauzioni. Il tutto avveniva sotto la sorveglianza di una SS attraverso lo spioncino della stanza adibita all'uso.

Fortunatamente le gravidanze erano poco frequenti, le giovani venivano normalmente sterilizzate senza anestesia fin dal loro arrivo nel lager e, comunque, si ricorreva subito all'aborto.

In questo panorama di bestialità nascevano tuttavia dei sentimenti umani: per gli internati la motivazione alla base della visita non era necessariamente quella di far sesso, bensì quella di sentirsi di nuovo come una persona; alcuni facevano regali alle ragazze e c'è anche un caso in cui un uomo e una donna conosciutisi in un bordello si sono poi sposati dopo la liberazione.

LE PROSTITUTE COMPLICI O VITTIME?

Dopo la fine della seconda guerra mondiale anche questo aspetto del regime nazista venne nascosto con la complicità delle stesse vittime che si ritenevano in certo modo colpevoli di essere sfuggite alla sorte delle altre donne dei campi, prostituendosi.

I due stati tedeschi sorti dopo la guerra si trovarono concordi nel negare alle donne dei bordelli la loro condizione di vittime e il diritto a qualsiasi risarcimento ipotizzando il loro, sia pur giustificato, consenso.

Solo dopo gli anni '90 i lagerbordell cominciarono ad essere conosciuti dal grande pubblico attraverso l'opera di studiosi che hanno rivelato questa ulteriore forma della tragedia nazista in Germania.

GERARCHIA NEL CAMPO

Nei campi era presente una gerarchia: le prigioniere ariane (delinquenti comuni, prostitute, politiche) avevano qualunque diritto sulle donne ebree. Le detenute alle quali spettava la direzione del campo di sterminio, le kapò, erano prese tra le assassine delle carceri, tra quelle che avevano fatto le cose più atroci, in modo che potessero tranquillamente bastonare a morte una prigioniera che non obbedisse ciecamente agli ordini.

Al di sopra delle kapò c'erano le SS donne (ma solo poche di loro sono state condannate dopo la guerra), che avevano stivaloni con un puntale di ferro, ufficialmente per non consumare la suola, ma, in realtà, per sferrare calci più violenti.

DONNE SOPRAVVISSUTE

I terribili traumi riportati nei campi di concentramento durano ancora oggi, l'incredulità e l'indifferenza di chi non ha conosciuto i lager si evidenziano in una totale mancanza di interesse per la tragica esperienza della donna. Ciò ha condotto molte deportate ad un graduale isolamento e ad un dannoso ripiegamento su se stesse. Diverse patologie s'impadroniscono e turbano ancora oggi il loro stato fisico e psichico.

Ad esempio, un'anziana deportata ebrea è tormentata da musiche e suoni che aveva udito nel lager e che improvvisamente le rimbombano nelle orecchie, come se ancora oggi si trovasse rinchiusa ad Auschwitz. Di altre sappiamo che trascorrono periodi più o meno lunghi in ospedali e luoghi di soggiorno climatico, per forme di tubercolosi, gravi disturbi cardiaci, forme acute di insufficienze respiratorie e arteriosclerosi precoce che degenera in stati depressivi e di rifiuto della vita. Per alcune donne non è mai cessata la sofferenza indicibile di essere state violentate; quindi doppiamente annullate, nella dignità e nella libertà. 

Ciò che ha accomunato tutte le donne, fossero esse deportate politiche, ebree o zingare, era il sentimento di solidarietà verso le loro compagne di sventura, tra le quali non esisteva discriminazione per differenze di religione, tradizioni, lingue, costumi, educazione. Questa stessa solidarietà ha permesso a molte di loro di fare ritorno nelle proprie case. Tutte vissero tragicamente la perdita dell'identità individuale; traumatico fu denudarsi tra le brutalità degli aguzzini, vedersi un numero tatuato sul braccio, vedersi rasate a zero. Non erano più donne, non erano più individui. È rilevante constatare che in loro non c'è assolutamente odio, ma solo volontà e speranza che certe esperienze non debbano più ripetersi.

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